E qui mi butto.

Da stasera inizia la pubblicazione dei racconti dedicati alla giornalista investigativa Veronica Berger. Premetto che si tratta di capitoli NON editati (e qui sento già la mia editor che borbotta), e che quindi potrebbero contenere refusi, imprecisioni o differire per forma e contenuto dalla versione definitiva. Perché ho deciso di rischiare così tanto? Sono forse impazzita?

No, non sono impazzita. Solamente credo sia importante coinvolgere i lettori non sono nella promozione di un libro, a lavoro finito, ma anche nella fase di progettazione e stesura. Voi siete parte integrante di questo progetto, leggere i vostri commenti, ricevere i vostri consigli sulla “brutta copia”, mi aiuterà a correggere il tiro. Questo vuol dire che a volte potrei bloccarmi o incespicare su qualche dettaglio. In quei momenti il vostro aiuto sarà fondamentale per andare avanti.  

Credo che esita un rapporto molto personale un l’autore e i suoi lettore. 

Se questi racconti dovessero piacervi, in futuro vorrei unirli in un unico volume da pubblicare in self.

Ogni giovedì pubblicherò un capitolo nuovo. A voi, prima di chiunque altro, spetterà il compito di darmi un giudizi per aiutarmi a migliorare.

Perché la scrittura per me è prima di tutto condivisione.

Quindi si parte giovedì prossimo, ma vi lascio il prologo del primo racconto: morte in diretta.

Buon weekend e buona lettura 🙂

 

 

I CASI DI VERONICA BERGER

 Morte in diretta

Prologo

 

«Continua la manifestazione di protesta davanti al Tribunale di Milano per il presunto caso di corruzione…», Davide Noti tolse il volume alla TV, quella notizia non lo sorprendeva affatto. Stese le gambe sul tavolino di fronte al divano e cercò distinguere le parole della giornalista bionda solo dal labiale. Avrebbe potuto mettere l’apparecchio acustico, ma se lo portava troppo a lungo gli scatenava una tremenda emicrania, quindi preferiva indossarlo solo quando era con un cliente o stava svolgendo un’indagine che richiedeva l’uso di tutti e cinque i senti. Non che ci fossero state molte occasioni in quel periodo.

Estrasse il cucchiaio di cereali dalla bocca e masticando lentamente, cercò di capire che diavolo stesse dicendo la donna in tailleur rosso. Parlava troppo  velocemente. Portava i capelli biondi raccolti dietro la testa e degli orrendi orecchini a forma rosa che sembravano usciti direttamente dal baule della nonna. L’abbigliamento formare ed elegante era studiato per farla apparire più matura di quello che era. Probabilmente era appena uscita dalla scuola di giornalismo. Evidentemente a Channel News non se la passavano così bene se mettevano una ragazzina alla conduzione del telegiornale serale. Aveva delle belle labbra però. Non gli sarebbe affatto dispiaciuto vederla struccata e senza quei vestiti così seriosi addosso. Si strofinò la mano sul volto dove la pelle sprofondava nelle grinze di una cicatrice mal rimarginata. Ahi, Ahi, Davide, hai già sofferto abbastanza a causa delle donne. Riportò lo sguardo sulla tv, la biondina era improvvisamente sbiancata, incespicava cercando di recuperare il filo del discorso. Da quel poco che riusciva a decifrare delle sue parole, Davide capì che c’erano problemi in studio. Premette di nuovo il tasto del  volume e lo alzò al massimo.

«Marco, ci sei? … Sembra che abbiamo perso il collegamento con il nostro inviato», balbettò smarrita la conduttrice. «Sospendiamo momentaneamente il servizio e passiamo alla prossima notizia». Purtroppo Davide si era distratto  e non aveva capito esattamente che cosa fosse successo, perciò cambiò canale e si sintonizzò su un altro notiziario. Stavano parlando anche lì della manifestazione di protesta. L’anchorman stava commentando le immagini in diretta: «è appena intervenuta la squadra anti sommossa della polizia. Dalla regia mi dicono che un nostro collega potrebbe essere stato colpito da un oggetto volante. Attendiamo aggiornamenti».

Il conduttore passò alla notizia successiva, quindi Davide tornò su Channel News, c’era la pubblicità. Non sapeva molto dell’incidente del giornalista, ma non ci stette a pensare troppo su. A volte il rischio fa semplicemente parte del gioco, tutto sta nell’accettare che qualcosa di brutto possa sempre accadere. Pensò alla famiglia e agli amici di quel ragazzo che magari stavano guardando la diretta e gli si gelò il sangue.  Ancora una volta ringraziò il cielo di essere da solo.

Posò il telecomando e a fatica si alzò, non era più in forma come una volta. Prese la tazza vuota e la portò in cucina, l’accatastò nel lavello insieme ai piatti sporchi. Avrebbe dovuto lavarli, prima o poi, ma in quella giornata piovosa e umida le articolazioni e le vecchie ferite mai guarite completamente gli bruciavano più che mai. Ecco cosa gli avevano lasciato vent’anni di servizio nella polizia.

Aprì il frigo, prese una birra e tornò in salotto. A quarantaquattro anni, proprio all’apice della sua carriera, l’investigatore capo della polizia giudiziaria di Milano Davide Noti, aveva deciso di rifiutare un’importante promozione e abbandonare il suo posto per dedicarsi a delle più rilassate investigazioni private. A chi gli chiedeva perché l’avesse fatto rispondeva che lo Stato gli aveva concesso un pensionamento anticipato per motivi di servizio. La verità, ovviamente, era un’altra, ma Davide preferiva non pensarci.

Si piazzò di nuovo di fronte la tv, aprì la lattina con uno schiocco e bevve un lungo sorso di birra. La sedentarietà lo stava uccidendo. Prima correva ogni mattina e andava regolarmente in palestra, ora il massimo della strada che era disposto a fare nei suoi giorni liberi era il tragitto dal salotto alla cucina e ritorno. La pancia affiorava da sotto la camicia, mettendo a dura prova alcuni bottoni, i pantaloni gli stavano un po’ più stretti. A completare il quadro, una barba sfatta di tre giorni e capelli ispidi fra le cui ciocche nere spuntava qualche ciuffo bianco.

Davide Noti non se la passava bene, era l’ombra di stesso, il suo aspetto e il degrado generale del piccolo appartamento in cui viveva,  ne erano un chiaro indizio, ma era anche un ottimo attore per cui quando qualcuno dei suoi ex colleghi lo andava a trovare, per cortesia o per aggiornamenti “ufficiosi” su qualche caso, riusciva a convincerli che fosse tutto a posto.
Tornò su Channel News. Dopo lo stacco pubblicitario la giornalista bionda era, se possibile, ancora più mesta e la sua espressione tirata contrastava nettamente con il sorriso formale che cercava in tutti i modi di mantenere. «Dalla redazione mi dicono che le condizioni del collega Marco Cioffi purtroppo non sono buone. Sarebbe stato stato colpito alla testa da un oggetto volante, forse una pietra. Comunque sia, facciamo a Marco il nostro più sentito in bocca al lupo, siamo tutti con te», le ultime parole sfumarono in un piccolo singhiozzo sommesso. Per Davide fu sufficiente. Spense la tv. La gente stava veramente impazzendo pensò. Per qualche motivo, l’incidente l’aveva scosso.

Il caso Bassi era sulla bocca di tutti ormai da settimane. Ettore Bassi, ex sindaco di Milano, era stato accusato di aver concesso alcuni appalti edilizi a delle imprese del nord in cambio di soldi. C’era chi parlava di corruzione e chi addirittura di collusione con la mafia. La procura stava ancora indagando ma, ovviamente, la stampa non aveva perso la ghiotta occasione di far apparire un politico come un mostro. La cittadinanza era indignata.

Perché dovevano sempre gettare benzina sul fuoco? Perché non potevano limitarsi ad esporre le notizie, anziché enfatizzarle?

Davide Ingollò l’ultimo sorso di birra e spense la tv.  Abbottono meglio la camicia, la infilò dentro i pantaloni, mise le scarpe e indossò il cappotto lungo grigio dentro le cui tasche aveva già tutto quello che gli serviva. Aprì la porta, ma non poté fare un passo di più.

Il suo volto era traslucido, imperlato dal sudore. Aveva l’affanno come se avesse corso per arrivare fin lì e tremava per il freddo e l’agitazione. Davide  non poteva credere che lei fosse veramente lì. «Veronica, ma che su…?».

I suoi occhi grandi occhi azzurri che riuscivano sempre strappargli la verità, ora lo fissavano lucidi e spauriti. Lo spinse dentro con violenza e chiuse  la porta alle sue spalle. Poi si accasciò contro di essa e trasse un sospiro di sollievo. L’investigatore la osservò attentamente. Era fradicia, sfinita, ma non sembrava essere ferita. Estrasse un pacchetto di sigarette dalla tasta del cappotto. “Stai bene?” chiese porgendogliene una. Lei scossa la testa. “Ho smesso di fumare”. Poi, sopraffatta dall’emozione, nascose il viso tra le mani e scoppiò a piangere.  Davide non sapeva dove fosse stata per tutto quel tempo, ma qualcosa gli diceva che non erano bei posti. Aveva lo sguardo di chi aveva assistito a cose orribili. In quel momento non le chiese niente, ma forse avrebbe dovuto.

Perché quando la morte ti ha marchiato sa sempre dove trovarti.

Specie se ha il volto di Veronica Berger.