Romanzi brevi a puntate: “Fino all’ultima goccia”

Inizia oggi la pubblicazione su questo sito di alcuni romanzi brevi a puntate, lavori molto vecchi che o non sono stati pubblicati oppure ho deciso di ritirare dagli store per fare spazio ad altre storie, e che potrebbe leggere gratuitamente su questo sito ogni giovedì. 

Premetto che sono romanzi che ormai non mi rappresentano più come autrice, ma hanno costituito una tappa importante del mio percorso nel molto della scrittura, e che quindi non rinnego ma anzi, metto a disposizione di chiunque vorrà leggerli e magari, farsi due risate Xd

Ognuna di queste storie mi ha permesso di crescere e migliorare come autrice.

Iniziamo da…

FINO ALL’ULTIMA GOCCIA 

Trama

Liliana vive a Milano, la città dove si è trasferita con il padre quando i suoi genitori hanno divorziato. La sua vita è divisa fra le ore nella sala prove di danza e il lavoro da barista in un locale alla moda  della città. Il suo sogno è diventare prima ballerina alla Scala e la sua intera vita è dedicata solo ed esclusivamente a questo. Nonostante ciò  ha conosciuto Robby, un uomo simpatico, che si prende cura di lei anche se non sembra capirla fino in fondo. Sembra andare tutto per il meglio adesso che Lilly ha ottenuto l’audizione che tanto desiderava, ma malori sospetti, come nausea, mal di testa e vertigini la spingono ad andare dal medico. È l’inizio di una serie infinita di visite e volti preoccupati che porteranno ad una sconvolgente diagnosi, tumore al cervello. Dopo essere stata lasciata da Robby, che non se la sente di occuparsi di una malata terminale e affrontare con lei questo calvario, decide di trasferirsi a Parma, dove la madre abita con il suo nuovo marito, Gianni. Qui inizia una nuova vita fatta di visite mediche e sedute di chemio terapia. Sembrerebbe un’esistenza insopportabile se non fosse per Diego, uno studente di medicina. Si conoscono per caso in un pub del centro di Parma, e altrettanto casualmente si rivedono all’ospedale e, fra battute, chicchere e le visite che i due fanno ad un bambino di 6 anni affetto di leucemia, le giornate trascorrono e i due si conoscono sempre meglio. Mentre Lilly peggiora, e i due hanno poco tempo a disposizione per vivere la loro storia d’amore.

PROLOGO

«Piccola, hai preso tutto?»

«Certo, papà.» È sempre così: anche se ho 23 anni – quasi 24 – non riesce a smettere di preoccuparsi per me. Soprattutto nell’ultimo anno e mezzo.

«Non ti sei ancora rimessa, forse dovresti…»

«Sto bene, devo andare» dico, tagliando corto; poi addolcisco il tono. «Papà, devo andare: la mamma sarà in pensiero e poi…»

«Vuoi rivedere Diego.»

Involontariamente sorrido.

«Al telefono non mi ha voluto dire se ha superato o no l’esame…»

«Sono sicuro che ce l’avrà fatta. Dai, allora sbrighiamoci o perderai il treno.»

Mio padre afferra i due borsoni che stavo cercando a fatica di caricare in macchina – non sono molto pesanti ma non ho ancora recuperato del tutto le forze – e partiamo verso la stazione centrale di Milano. Durante il tragitto non dice molto, più che altro le solite raccomandazioni: “Hai preso le medicine?”; “Hai parlato con il medico che ti seguirà a Parma per fissare le prossime sedute?”; “Mi prometti che non ti affaticherai troppo?”. Ad ogni domanda rispondo con una battuta del tipo: “E come potrei affaticarmi con la mamma nei paraggi?”.

Lui tace, ma non sembra sollevato. Pensa che uscire dal suo controllo determini un’irrimediabile peggioramento delle mie condizioni di salute. È convinto che io non sia capace di badare a me stessa e nessuno sia più bravo di lui a farlo. È proprio qui che si sbaglia ed è per questo che me ne vado.

Ho bisogno di dimostrare che posso farcela, rimettermi in piedi da sola e per farlo devo dare un taglio con la mia vita precedente.

Questi due anni mi hanno profondamente cambiata, ho scoperto di essere una persona totalmente diversa da quella che mostro agli altri. Fin da bambina mi è stato insegnato che bisogna sudare e lottare per quello che si vuole perché un risultato per cui non si è lavorato duramente non è meritato. Per cui, da quando mi hanno messo le scarpette ai piedi all’età di quattro anni e io mi sono sentita libera di esprimere me stessa come un pesce nel suo elemento, ho sempre dato il massimo per raggiungere tutti i miei scopi e la danza è stata la mia vita.

«Siamo arrivati, piccola.»

Mio padre interrompe il flusso dei miei pensieri

«Ah, sì. Scusa, ero sovrappensiero…»

«Guarda che se non sei sicura il biglietto è rimborsabile.» Fa un ultimo tentativo.

«Sono sicura, papà. Ci vediamo fra un mese.»

Mi aiuta a scaricare le borse. Andiamo al binario, il treno è già arrivato. Lui porta su i bagagli poi scende e mi abbraccia. «Per qualunque cosa, chiamami.»

«Non ti preoccupare, papà. Ciao.»

Mi abbraccia forte come se non volesse lasciarmi andare via. Sono fragile fra quelle braccia forti ma ho abbastanza energia per allontanarlo, fargli un sorriso rassicurante e salire sul treno. Quello che non sa, ma che forse immagina, è che non tornerò a Milano per le visite mensili. Forse Diego e io faremo un viaggio, non so ancora dove.

Voglio lasciarmi gli ultimi due anni della mia vita alle spalle.

Quando le porte si chiudono resto un attimo lì impalata a osservare mio padre che mi fissa sconsolato, come se mi stesse guardando per l’ultima volta. Poi il treno si muove e inizio a cercare un posto. Tutte le carrozze di seconda classe sono piene e io non ho nessuna intenzione di farmi due ore di viaggio in piedi, quindi, anche se  il mio biglietto non me lo permetterebbe, mi dirigo verso la prima classe. Nel caso passasse il controllore pagherò il supplemento.

Nonostante sia infagottata sotto tre maglioni pensanti e un cappotto invernale, sento lo stesso il freddo pungente dell’aria di metà gennaio insinuarsi tra i vestiti e penetrarmi nelle ossa. Una cuffia di lana grigia mi copre la testa e i capelli biondi, che una volta tutti mi invidiavano per come mi ricadevano morbidi e setosi intorno al viso fino a metà schiena. Adesso sono ridotti a un misero caschetto corto.

La sciarpa mi nasconde metà del viso pallido e affaticato e i miei occhi azzurri, sempre attenti e vispi, si affacciano sopra di essa, decorati da mille pagliuzze più chiare. Nonostante Diego dica che il mio sguardo sia più cristallino del mar dei Caraibi, tendo a passare inosservata, minuta come sono. L’altezza non è mai stato un mio punto forte: non supero il metro e sessantacinque e la malattia ha debilitato il mio fisico già molto magro. Prima lo consideravo un vanto essere magra, tutti mi facevano i complimenti per la mia perfetta forma fisica e nonostante io fossi di costituzione esile facevo di tutto per non prendere peso.

Quando ancora la salute mi sembrava una cosa normale, ho rischiato di diventare anoressica. Capita a molte ballerine classiche. La disciplina ci impone di essere magre e leggere per essere sollevate agilmente, eseguire salti e piroette con grazia ed eleganza. Pensavo di potercela fare, di poter sopportare tutti quei sacrifici. In fondo ero giovane e sana.

Trascino a fatica le valige facendomi largo fra le persone che sistemano le loro e si siedono un po’ infastiditi dal mio passaggio. Come se una ragazza tutta pelle e ossa possa occupare molto spazio. Finalmente trovo un posto, che però è occupato da una ventiquattrore di pelle, dall’aria molto costosa, su cui è appoggiata un giacca altrettanto raffinata. Presumo sia del signore in completo scuro che sta leggendo il giornale sul sedile di fronte. Ha una posa che sembra composta e distinta, senza neanche uno dei folti capelli scuri, leggermente brizzolati e pettinati all’indietro, fuori posto. Il viso dalla pelle liscia e chiara, perfettamente rasato, gli zigomi alti e la mascella pronunciata gli danno un’aria matura. Tuttavia non riesco stabilire la sua età, forse tra i trentacinque e quarant’anni. Mi dispiace disturbarlo, ma ho davvero bisogno di sedermi.

«Mi scusi, questo posto è libero?» chiedo un po’ titubante a bassa voce.

Lui abbassa il giornale e per un breve istante mi fissa con profondi occhi neri, come se si chiedesse come mai una ragazza così insignificante stesse rivolgendo la parola proprio a lui. Non avevo mai visto occhi così penetranti, mi fanno venire voglia di farmi ancora più piccola. Sto per riprendere le due pensanti borse e proseguire, quando lui richiude il giornale, si sporge in avanti e sposta giacca e la ventiquattrore.

«Prego, signorina» dice rivolgendomi un sorriso cordiale.

«Grazie» rispondo.

Sollevata ma allo stesso tempo un po’ inquieta, sistemo le borse e mi siedo.

Lui riprende a leggere e io, dopo quale minuto, estraggo una rivista. Non sono veramente interessata a quello che leggo, per lo più la sfoglio o osservo di nascosto lo sconosciuto che mi sta di fronte. Dopo un po’, stanca di fingere di leggere, abbandono la rivista sopra la borsa e chiudo gli occhi. Dopo qualche istante mi raggiunge la voce dell’uomo, quasi un sussurro indistinto. Apro gli occhi e noto che sta osservando la  mia rivista sul ballo.

«Come?» gli chiedo pensando si fosse rivolto a me.

«La vita è un bizzarro balletto» ripete con tono di voce appena udibile, come se lo dicesse più a se stesso che a me. Rimango interdetta, non so cosa rispondere e non so nemmeno se quello che ha detto preveda una risposta.

Poi lui alza lo sguardo e mi osserva come se si fosse accorto solo adesso di me.

«Ah, mi scusi, l’ho svegliata. Volevo solamente dire che io amo il balletto e lei balla.»

Queste parole mi colpiscono come uno schiaffo in faccia. È la prova che non riesco ancora a lasciarmi alle spalle il passato, ma cerco di mantenere un tono calmo quando rispondo

«Ballavo.» Lo dico con un tono involontariamente triste e la mia mente ritorna alla prima volta che mia madre mi accompagnò a lezione di danza e mi aiutò a mettere le punte, al suo viso raggiante al termine del primo saggio di fine corso. Era identico al mio..

«La vita è un bizzarro balletto» ripete l’uomo.

«Ormai per me non più» rispondo pensando alla mia vita vissuta sempre sulla cresta dell’onda, sui cui ormai si sono spenti i riflettori.

«Perché dice questo?»

«La danza non fa più parte di me.»

«Per questo legge riviste specializzate in questo settore?»

«Le leggo per ricordare cosa significa essere…»

«Viva?»

«Sì» rispondo sorpresa, «ma lei come fa..»

«Lei sembra essere lo spettro di se stessa» risponde l’uomo.

È così, è così che mi sento da due anni. Da quando ho saputo di essere malata nessuno ha mai avuto il coraggio di dirmelo. Tutti mi ripetevano che sono una ragazza forte che ce l’avrei fatta, ma nessuno mi diceva che non sarei più tornata quella di prima. E ora quell’estraneo ha strappato quel velo attraverso cui gli altri mi guardano con un semplice gesto.

«Mi chiamo Athanasio Kavisky. Il viaggio sarà lungo a causa del maltempo, le va di parlare?»

Non ha detto parlare di me o del ballo, ma io su quel treno diretto da Milano a Parma, ho cominciato a raccontare la mia storia a uno sconosciuto.

CONTINUA…GIOVEDì PROSSIMO 🙂

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