Racconti gratuiti

Ecco una serie ti racconti già pubblicati che potete leggere gratuitamente in versione integrale.

CERCAMI DOMANI

Di Valentina Bazzani

Tutti i diritti riservati – copyright © Valentina G. Bazzani

Ci sono persone che incontri tutti i giorni, ma è come se non le vedessi veramente. Si spostano nello spettro della tua giornata senza lasciare alcun un segno, come lo sfondo velocizzato di un film in bianco e nero.

Alcune volte però il film rallenta ed entra in scena un personaggio che attira subito la nostra attenzione. Ogni attimo si fa importante, ogni gesto studiato, come se per tutta la giornata non avessimo aspettato altro che quel momento. La porta si apre con un tintinnio e la luce si sposta, illuminando i suoi capelli neri scarmigliati dal vento.

Istintivamente passo le dita fra le onde dei miei capelli un po’ troppo lunghi e atteggio il volto a un sorriso cordiale, che però si spegne subito. La sua camicetta rossa è bagnata dalla pioggia e da qualche lacrima tardiva, che lei spazza via con una mano non appena la individua.

Ma non va da lui, come farebbe qualunque altra donna.

Sposta una ciocca di capelli fradici dietro l’orecchio e si sistema la gonna, cercando di darsi un contegno. Inspira e si avvicina con passo malfermo verso il bancone. Ha un tacco rotto. Li sfila e siede di fronte a me. Stende le dita lunghe e magre sul legno scuro del bancone, come se avesse bisogno di aggrapparsi a qualcosa di solido. Non porta la fede. Meglio così. Le sorrido, cercando di sembrare incoraggiante. Non solo perché è sconvolta pur dimostrando un incredibile sangue freddo, ma anche perché è davvero carina. Non capisco come quell’idiota seduto in fondo al locale possa preferire la bionda dalla risata finta accanto a lui, a questa ragazza il cui sguardo fiero non contrasta affatto con il suo aspetto dolce e delicato.

Ordina una birra, ma non la beve. La fissa per qualche secondo, poi mi fa segno con un dito di avvicinarmi. Si china sul bancone, e io non posso fare a meno di notare quanto le stia bene quella camicetta rossa. Il suo profumo così dolce mi ricorda quello della torta di pesche appena sfornata. Mi sussurra qualcosa all’orecchio. Poi scarabocchia con il rossetto su un tovagliolo e me lo dà rivolgendomi uno sguardo complice, ma allo stesso tempo triste. Porto la birra all’uomo, ma all’ultimo momento ci ripenso, mi volto e ci sputo dentro.

«Questa è per lei», dico posando la bottiglia di vetro scuro sul tavolo. «Con gli omaggi di quella signorina» la indico e lascio sul tavolo il tovagliolo su cui campeggia in rosso la scritta “stronzo”.

Poi mi allontano e mi godo la scena. Lei seduta al bancone, gli sorride sfrontata. Non c’è traccia della tristezza di poco fa. Solo una trionfante soddisfazione. Lo saluta ammiccante, una gamba accavallata, le mani tremanti posate sul ginocchio. L’uomo passa dall’incredulità alla mortificazione fino alla rabbia quando si rende conto di essere stato umiliato davanti a tutti. Ma non abbastanza da evitare che la donna bionda si alzi e gli rovesci, con un tocco di stile, la birra sul cavallo dei pantaloni.

«Questa me la paghi», dice l’uomo alla ragazza in rosso, un attimo prima di correre fuori con un pacco di tovaglioli sul cavallo. Scoppiano risate e applausi e i primi commenti sull’accaduto che dureranno l’intera la settimana. Presto la notizia sarà di dominio pubblico e io spero che causi non pochi problemi a quel tizio che vale meno dei vestiti che indossa. La ragazza tuttavia non sembra felice. Fissa inebetita il bicchiere vuoto davanti a lei, come se non sapesse come muoversi da lì. O ne avesse ragione.

«Cosa ti offro?»

«Niente, grazie. Sono astemia», dice lei senza alzare lo sguardo.

«A questo si può rimediare.»

Riprendo il bicchiere e lo cambio con due più piccoli. In uno verso del rum, nell’altro del succo di frutta alla pera. Lei solleva un sopracciglio. «Cosa ci dovrei fare?»

«Prima bevi il rum, che simboleggia il tuo passato. E poi la pera che è il tuo futuro. È un gesto scaramantico.»

Mi guarda diffidente.

«Non è che stai solo cercando di farmi ubriacare?»

«Vedila così, puoi rimanere la donna che si è innamorata di un uomo sposato…»

«Come fai a saper…»

«Ho visto la fede quando ha pagato il conto.»

«I-io…»

«Oppure puoi decidere di essere un’altra persona, per stasera. Chiunque tu voglia. E lasciarti andare.»

«E domani cosa farò?»

«Tornerai qui e io ti ricorderò chi eri stasera».

Mi guarda per un attimo interdetta, non sapendo se prendermi sul serio o no. Poi sorride. Prende il bicchiere e lo alza.

«Ok, brindiamo alla nuova me per una sera.»

Ne prendo un altro in cui verso del rum.

«A te».

I bicchieri tintinnano e io nascondo una risata con il dorso della mano quando vedo la sua smorfia di disgusto.

«Sembra di succhiare un pezzo di corteccia.»

«Al secondo giro migliora», le dico ancora ridendo. Riempio di nuovo i bicchieri e questa volta le dico di buttarli giù d’un sorso. Non protesta. Chiude gli occhi e manda giù d’un fiato prima il rum e subito dopo la pera. Sbatte il bicchiere sul bancone.

«Hai ragione, migliora!»

Non è ancora brilla, ma so che ne ha bisogno. Ha bisogno di annebbiare i pensieri e credere che forse domani il dolore non la verrà a cercare. Il mio compito è quello di allungare questa illusione ancora un po’.

«Come si chiama?»

«Perché lo vuoi sapere?» mi chiede, ma non sembra infastidita.

«È più facile mandare al diavolo qualcuno se ne consoci il nome.»

«Non so se sona pronta per questo.»

«Non sottovalutarmi» le dico sorridendo e le verso un altro giro.

«E poi chi è che si chiama Tancredi al giorno d’oggi?» esclama ridacchiando più tardi, con la testa appoggiata al bancone.

«Sì, in effetti è uno nome da stronzo.»

«Credeva che bastasse un invito a teatro per far colpo», continua presa dai suoi pensieri.

«Ed è bastato?»

«No» dice lei buttando giù un altro shot.

«Poi però… qualcosa è cambiato. Sembrava che ci tenesse davvero a me.»

«Già. Conosco questa storia.»

Mi giro e servo un cliente. Poi torno da lei. E noto che la sua espressione è cambiata.

«Cosa vorresti dire?»

«Ti ha fatto credere di essere la donna della sua vita, vero? Quella che lo avrebbe salvato da un matrimonio fallimentare.»

«Cosa ti fa pensare che sia andata così?» mi chiede stizzita.

Indico con un gesto il locale. «Non sei la prima che piange su questo bancone o uno di quei tavoli per amore. Il problema è che vi aspettate troppo da noi. Credete che ogni uomo sia quello giusto. Ogni storia il vero amore. Siete romantiche e per questo fragili. Dovreste imparare ad amare meno gli altri e più voi stesse. Così forse non vi fareste ferire dal primo stronzo che passa.»

«Parli per esperienza?» chiede.

Mi volto e taglio qualche fetta limone. Poi mi giro di nuovo verso di lei.

«Diciamo di sì.»

«Come si chiamava?»

«Ha importanza?»

«Come lo aveva per te Tancredi.»

«Giorgia», dico appoggiando un braccio al bancone.

«Cos’è successo?»

«Ho commesso un errore e lei non è riuscita a perdonarmi.»

Mi osserva per un attimo in silenzio.

«Non hai pensato che forse non ha perdonato nemmeno se stessa?».

«Che vuoi dire?»

«Quando la persona che ami ti tradisce, la prima cosa che ti chiedi è come abbia potuto farti una cosa del genere. La seconda è dove hai sbagliato. Te lo ripeti così tante volte che finisci per odiare anche te stesso.»

Non l’avevo mai vista in questo modo. Ci penso su.

«Il suo unico errore è stato credere che di non essere abbastanza per me.»

«E il tuo?»

«Amarla troppo», dico senza esitazioni. Ma in quel momento mi rendo conto di non averlo mai detto a nessuno. Nemmeno a lei. E forse è stato proprio questo il mio errore. Alcune volte le persone distruggono ciò che hanno di più caro al mondo, perché l’amore è un sentimento troppo bello e perfetto da poter sopportare. Riempie tutto e quando come l’alta marea si ritira, ti lascia nudo di ogni emozione.

«E tu riuscirai a perdonarti?» le chiedo dopo.

«Non lo so. Ma ci proverò», dice con un mezzo sorriso.

Resta in silenzio per qualche secondo.

«Sapevo che era sposato. Non me l’ha mai nascosto. E nemmeno che avesse dei figli. Era proprio con loro la prima volta che l’ho visto. Stava spingendo il più piccolo sull’altalena».

Mi guardo intorno, gli avventori sono pochi e se ne sta occupando Marco, l’altro barista. Quindi esco da dietro il bancone e mi siedo accanto a lei.

«E poi cos’è successo?»

«Viola, la bambina di cui mi stavo occupando, è caduta e si sbucciata un ginocchio. Lei piangeva e piangeva ma io non sapevo cosa fare. Lui si è avvicinato e mi ha offerto un cerotto. “Ne ho sempre uno di scorta”, ha detto gentile. Mi ha offerto un caffè e abbiamo iniziato a parlare. Da allora ci siamo incontrati tutti i giorni alla stessa ora in quel parco.»

L’ascolto in silenzio, interrompendola soltanto per porgerle un altro tovagliolo.

«Ho notato subito che portava la fede ma pensavo non ci fosse niente di male. Lui parlava spesso della moglie. Sapevo che c’erano dei problemi fra loro, ma tutto sommato mi sembravano una coppia felice. Anch’io ero fidanzata e spesso mi confidavo con lui. Fra noi c’era una simpatia, ma niente di più. Mi sono resa conto troppo tardi che da parte mia quella simpatia si stava trasformando in qualcosa di più. Lui era più grande, sicuro di sé… pensavo che fosse una cottarella innocente. E invece mi sono innamorata. E quando mi ha chiesto di uscire…»

«Tu hai accettato.»

«Esatto. Aveva due biglietti proprio per il Tancredi. Sapeva che io adoravo l’opera. Ripensandoci credo che fosse tutto studiato.»

«Non puoi dirlo. Forse provava davvero qualcosa per te.»

Lo sgabello cigola e lei si alza. Si asciuga la guancia con il dorso della mano e fruga nella borsetta. Mentre conta i soldi dice: «Ora è meglio che vada. Ti ringrazio per i drink.»

Mi alzo anch’io.

«Lascia stare, offre la casa», dico restituendole i soldi.

Mi metto le mani in tasca, imbarazzato. In sole due ore ci siamo aperti più che con ogni altra persona, ma adesso siamo tornati due estranei. Non so nemmeno il suo nome. Lei mi sorride. Poi fissa il tavolo in cui erano seduti il tizio e sua moglie.

«Mi dispiace …» dico come se questo potesse cancellare quello che è successo stasera. Lei indica con un mezzo sorriso il pavimento ormai asciutto con le loro impronte e cosparso di tovaglioli. «Oh non ti preoccupare per quello. Certe sere è molto peggio».

«Quella non era sua moglie», dice d’un tratto. Poi si avvicina, mi dà un bacio sulla guancia e esce. La porta tintinna io so che non tornerà mai più qui.

Marco si affaccia dalla porta della cucina.

«Chi era quella?»

«Un’amica, credo» rispondo soprappensiero.

Afferro lo spazzolone e inizio a cancellare ogni traccia della serata.

 

SOTTO UN CIELO DI STELLE

Di Valentina G. Bazzani

 

Osservo l’abito da sposa bianco appeso davanti al mio letto. Le scarpe nuove sono ancora nella loro scatola, pronte per essere utilizzate. Tutto è stato preparato alla perfezione, ma a un passo dal grande giorno, i dubbi mi attanagliano. Starò facendo la scelta giusta?

Scendo in cucina. Mia madre posa una tazza di latte caldo sul tavolo.

«Nervosa?» mi chiede.

«Abbastanza.»

«Qual è il problema?»

Bevo un sorso di latte, riflettendo sulla domanda. Ma quando la poso non ho trovato una risposta.

«Non lo so,» dico pulendomi la bocca con un tovagliolo. «La sua famiglia è così conservatrice. Ho paura che non mi accettino.»

«Amanda, non devi vergognarti di quello che sei. È la tua ricchezza,» sorride. Io, però, non ne sono convinta.

«Avrei tanto voluto che la nonna fosse qui per consigliarmi.»

«Lo so tesoro, manca anche a me. Ma lei è qui e ti ascolta.»

«Non ti sei mai chiesta cosa sarebbe successo se avessi fatto una scelta diversa? Se avessi ascoltato la testa, anziché il cuore; se avessi fatto un passo indietro, anziché lanciarti nel vuoto?»

Mia madre posa la sua mano sulla mia. «Forse dovresti leggere questa. Me la diede mia madre il giorno del mio matrimonio,» dice estraendo una lettera dalla tasca del grembiule. Me la passa e i suoi occhi seguono il pezzo di carta come se non volessero staccarsi da esso. Poi li solleva e mi sorride. Spiego il foglio sul tavolo e lo apro con cura. Riconosco subito la calligrafia minuziosa e delicata della nonna. La carta trattiene ancora il profumo della sua pasta per le mani. Lo inspiro facendo finta che sia lei a parlarmi e inizio a leggere.

Milano,

30 giugno 1962.

 Mia adorata,

mi sono chiesta mille volte se fosse il caso di raccontarti questa storia. In parte l’ho fatto. Alcune cose, però, le ho taciute, per paura che tu ne soffrissi. Ho cercato di proteggerti come meglio ho potuto dall’odio che ha caratterizzato la mia giovinezza e sono felice che tu non ne sia stata toccata quanto me.

  Prima di spiegarti come questo abbia segnato la storia della nostra famiglia, vorrei raccontarti alcuni episodi della mia vita.

Era il 1926, il Diurno aveva appena aperto. Ti ricordi? Te ne ho parlato molte volte. Per quel tempo era una vera innovazione. Situato proprio sotto Piazza Oberdan (allora Piazza Venezia), era uno dei pochi luoghi, a Milano, dov’era possibile rilassarsi e usufruire dei maggiori comfort dell’epoca. Aveva qualcosa di particolare, tipicamente italiano. Non c’era niente di simile in giro. Credo che per te sia difficile comprendere a pieno il fascino di quel posto. Ma prova a immaginare. Venendo da corso Buenos Aires, in una calda giornata estiva, avresti potuto trovare refrigerio rifugiandoti all’ombra dell’ingresso principale, per poi scendere nell’imponente atrio. Il rumore dei tuoi passi si sarebbe confuso con quello di migliaia di altre persone sul pavimento di marmo lucido e variopinto, mentre la tua immagine sarebbe stata riflessa sulle specchiere delle colonne ai lati. Da lì avresti potuto scegliere se avviarti verso il salone degli artigiani per dare un’occhiata agli oggetti esposti o fare una manicure, oppure proseguire verso le terme per un bagno, (poterlo fare a casa, a quel tempo, era un lusso). Per una bambina vivace come me, era un posto magico. Pieno di vita.

E fu proprio in mezzo a quel tramestio di visitatori e commercianti che lo vidi per la prima volta. Un bambino raccoglieva i trucioli di legno che a ogni sferzata esperta della pialla un artigiano lasciava cadere per terra. Aveva un aspetto particolare: esotico. La sua pelle era più scura della mia, leggermente ambrata.

«Mamma, guarda!», gridai.

Una colombina così ben intagliata da sembrare viva aveva attirato la mia attenzione. La indicai di nuovo, mentre la gente si voltava e mia madre mi tirava indietro per un braccio.

«Non si indicano le persone, Amanda!» mi redarguì. Ma io non avevo indicato il ragazzo ,avevo solo additato la colombina!

Tuttavia, quando arrivammo a casa le chiesi come mai quel bambino, che non doveva avere molti più anni di me, lavorasse in una bottega del Diurno, anziché andare a scuola. L’unica risposta che ottenni fu: «Lui è diverso da te.»

Di nuovo non compresi le sue parole, che però si scolpirono nella mia mente. Qualche anno più tardi ne scoprii il significato.

Le persone, quando passavano davanti alla sua bottega, giravano la testa. Nessuno lo salutava augurandogli il buongiorno, come invece facevano con me. Nessuno si curava della sua esistenza, anzi: la gente lo evitava. Mia madre aveva ragione. Quel bambino era davvero diverso, non solo per il colore della pelle. Io non ci feci caso il primo giorno che lo vidi e nemmeno quelli successivi. Forse fu proprio il mio spirito di ribellione che mi spinse a rivolgergli la parola.

Scoprii che aveva conservato quella colombina che mi piaceva tanto. Me la regalò per il mio tredicesimo compleanno.

Un giorno gli chiesi cosa significasse il suo nome.

Lui mi rispose: «Significa: sole».

Annuii. «Mi piace. Sta bene con quella» dissi scherzosamente indicando la stella appuntata sulla sua giacca.

«Il tuo cosa significa?», mi chiese.

«Colei che dev’essere amata.»

Passarono gli anni e il nostro legame  . divenne sempre più forte. Mia madre mi supplicò di non sposarlo. Quando mi chiese dove avremmo vissuto, senza soldi, con il rischio che mio marito fosse catturato e deportato, le riposi: «Sotto un cielo di stelle.»

Nei periodi più difficili della mia vita, mi domandai spesso cosa sarebbe accaduto se avessi ascoltato mia madre. Forse mi sarei risparmiata il dolore più grande della mia vita, ma non mi pentii mai della mia scelta. Anche se causò molte sofferenze a me e alle persone che mi stavano vicino, mi fece il regalo più bello che potessi desiderare. Quel regalo eri tu. Come una stella, la tua luce illuminò il mio camminino.

Ci saranno momenti della tua vita in cui dovrai prendere decisioni difficili e non sempre sarò d’accordo con te. Ma non lasciare che il mio giudizio o quello di qualcun altro ti fermi. Sii sicura delle tue scelte, stellina mia.

Vivi con coscienza. Ama con coraggio.

 

Con amore,

la mamma.

POTETE TROVARE QUESTO ED ALTRI RACCONTI NELL’ANTOLOGIA CURATA DAL BLOG BABETTE LEGGE PER VOI “RACCONTI PER SOGNARE CUORI PER DONARE”.